Chiusa la telefonata, aprii la chat di Marta. Ultimo messaggio, tre mesi prima: “Buon compleanno”, “Grazie :)”. Tre anni di relazione ridotti a un’emoticon educata. È incredibile la velocità con cui due persone passano dal dormire abbracciate a diventare estranei che si mandano faccine gentili. Guardai la sua foto profilo: in montagna, sorridente, con quell’aria da donna che sa proprio dove mettere le mani quando organizza una vita. Io, invece, non sapevo dove mettere la mia.
Andai in cucina. Aprii il frigorifero: mezza mozzarella, ketchup, una birra e un limone morto da due settimane. La fotografia ufficiale di un uomo single vicino ai quarant’anni. Mentre mi versavo dell’acqua, il telefono vibrò: mia sorella Sara. “Domani vieni da papà?”. Dopo poco arrivò un vocale: non era grave, ma il medico aveva trovato qualcosa ai polmoni. “Parliamone con calma”, aggiunse. Nessuno usa “con calma” quando le cose sono davvero tranquille. Rimasi immobile. Mio padre aveva sessantasette anni e aveva sempre curato la salute fumando e dicendo che, prima o poi, bisogna morire di qualcosa.
Era di una generazione di uomini che non parlavano dei problemi; li tenevano in tasca insieme alle chiavi e al pacchetto di sigarette. Quando io e Marta ci lasciammo, lui venne da me, si sedette sul balcone e restò in silenzio per mezz’ora.
Poi, accendendo una sigaretta, pronunciò una frase inutile ma perfetta: “Le donne non si capiscono”. Mi sentii meglio davvero. Sapevano curare il dolore così, stando seduti accanto a te senza cercare soluzioni.